Sono la madre di un serial (heart)killer

Ho dovuto affrontare una lunga teoria di cuori spezzati, tra i quali il mio,  prima di intimare a mio figlio “la prossima non voglio conoscerla fino a quando non festeggiate le nozze d’oro”.

Che adesso viva per conto suo (trascurando il fatto di averlo a cena da noi quasi tutte le sere) mi era parso un ulteriore aiuto: le sue relazioni sentimental-sessuali restano confinate fuori dalle mie mura, con buona pace – almeno così credevo – del mio equilibrio affettivo. Allora perché mi sento così afflitta per l’ennesima bellissima ragazza innamorata che non ho mai incontrato ma che so essere in procinto di venire lasciata dal mio incontentabile figlio?

Sono una potenziale suocera perfetta, ma sono anche la madre di un heart killer seriale, suo malgrado. E questo non è bello.

Senza titolo

Ma tu sai che cosa significa camminare per i corridoi tra i fantasmi dei Natali futuri?

Incrociare il loro sguardo, incattivito e assente allo stesso tempo?

Provare una stretta proprio lì, dove più o meno dovrebbe esserci il cuore, alla vista dei loro crani piumosi, dei loro colli scarniti e fragili, delle loro bocche sdentate che una volta hanno riso, cantato, baciato?

Niente più ilarità, melodie o passione per loro.

Niente più carezze per le loro mani contorte, dai movimenti scomposti e inconcludenti.

In questo mondo sottomarino di cateteri e sonde che si snodano per chilometri come filamenti di meduse, i fantasmi nuotano in un amnio di solitudine e assenza di ricordi, spingendo a fatica le ruote enormi delle carrozzine, verso un dove che non sanno neppure loro.

E  vorresti averla tu, una sonda, che gli arrivi dritta al cuore, per spingerci dentro un sorriso, una carezza, un bacio.

Perché il sorriso, la carezza, il bacio arrivino a destinazione. E perché il sorriso, la carezza, il bacio non vengano dimenticati un attimo dopo.

Ok, adesso prova a ripetermi ancora “Buon anno nuovo”.

Falling in fall

foglie

Oggi giorno di pioggia, annunciato e avverato.

Non parlo delle piogge tropicali che da qualche tempo si abbattono con ferocia  su alcune zone  stuprate da malgoverno e da edilizia assassina, con i risultati che tutti conosciamo.

Parlo di una giornata di pioggia milanese, novembrina, quella che fa le bolle nelle pozzanghere, che incolla foglie gialle e rosse al pavè, che vela la città di un grigio perlaceo e accende le luci, perché viene giù da un cielo che sembra non essersi accorto che la sveglia del mattino è suonata da un pezzo.

Leggo i commenti su Fb, immalinconiti, rancorosi verso questo tempo “infame”, verso “tutta quest’acqua” come se di norma vivessimo nel Sahara e all’improvviso ci stesse annegando tutto il parco cammelli. Ma tolti gli automobilisti i quali, liberando senza ritegno il sadico che sonnecchia in ogni idiota, alzano onde per i surfisti fermi ai semafori, tolti questi esseri inutili e sgradevoli, dicevo, che cosa c’è di tanto terribile in una giornata di pioggia autunnale? Ti si arricciano i capelli? Ti si bagna la borsa finta Prada?  Non finisce mai di stupirmi la mancanza di accettazione di ciò che non possiamo governare.

E’ l’autunno, tardivo ma autunno. Quello che da anni davamo per perso, precipitando all’improvviso nel gelo invernale con le infradito ancora ai piedi. Adesso che l’autunno è tornato, non va bene, lo vorremmo tutto rosso ruggine e giallo oro, e con il sole. Invece oggi piove, e non ci trovo nulla di malinconico nella pioggia. Sa di bambini con gli stivali di gomma rossa, di luci accese, di divani invitanti dove questa sera potremo leggere o vederci un film.

Mi lascio cadere in questo autunno così autunnale.

io non dormo: TU NON DORMI

cat

Goldy, in una vita precedente, era un terrorista. Altrimenti non si spiega la paziente attesa notturna del TUO sonno per scatenarsi in un concerto da vicolo suburbano con tanto di bidoni e luna piena. La modulazione del miagolio, le ottave crescenti, la gamma di vocalizzi che spaziano da quelli della Piccola Fiammiferaia morente a quelli della bambina dell’Esorcista. Poi, improvvisamente, il silenzio.

Ti lascia riprendere sonno, il bastardo, poi quando finalmente ce l’hai fatta il teatrino riparte.

Visto che le coccole, le minacce e anche (confesso) un’infradito tirata nel buio alla ‘ndo cojo cojo, non hanno sortito alcun effetto, sto progettando di farmi un colletto di pelliccia per il prossimo inverno.

Fashion survivor

FASHION APPESO

Non sono il tipo che si avvelena la vita per quello che deve mettersi addosso. Ma a volte, nella vita, ti tocca la temuta e odiatissima Occasione Particolare.

Prima reazione: che scusa posso trovare per non andarci? Scartati il crollo della casa (a meno di non abitare in una zona ad altissimo abuso edilizio) e la disgrazia familiare (che già arrivano da sole senza che uno se le tiri) ti rassegni e passi alla busta numero due: che mi metto?

La domanda è legittima, soprattutto in un’estate (estate?) come questa, in cui esci la mattina vestita come l’ispettore Clouseau perché diluvia e all’ora di pranzo rientri in canottiera, sudata come un camionista tenendo sul braccio tutto ciò che il comune senso del pudore ti ha permesso di togliere.
Apro l’armadio alla ricerca di un insieme molto Audrey Hepburn, ben sapendo che non possiedo nulla del genere.
File di pantaloni e jeans, c’è anche qualche gonna a tubo che soffre ormai di crisi abbandoniche.
Un tailleur pantalone nero davvero elegante occhieggia sul fondo, ma ha la giacca a soprabito, così quando mi azzardo a provarlo vedo nello specchio un funereo pastore protestante con il carré biondo e l’espressione incazzata.
Mi serve qualcosa di nuovo (tipo un’altra vita?) così, indossati i fedeli jeans e maglietta, mi immolo alla ricerca del Vestito da Occasione Particolare.

Ultimamente pare molto up-to-date il camerino virtuale, dove il tuo avatar fa fatica per te, indossando tutto ciò che ti viene voglia di vederti addosso. Ma in attesa del futuribile, per restringere i tempi scongiurando peregrinazioni per la città, mi tocca il meganegozio. E IO NON CE LA POSSO FARE. Odio i negozi di abbigliamento la cui superficie superi i 50 metri quadri. Giuro che ci ho provato più di una volta, ma dopo 5 minuti sale alla gola una sgradevole sensazione molto simile all’incazzatura.
Cerchi una giacca? Devi percorrere dai mille ai duemila metri quadri rovistando in settantasei file diverse perché le giacche sono sparse ovunque, dislocate da qualcuno che ha distribuito ogni tipologia di indumento con la stessa logica con la quale noi butteremmo il riso agli sposi.

La mia inadeguatezza potrebbe dimostrare che questi spazi espositivi non sono fatti per la mia generazione, se non fosse che in mezzo a gambe/chiome/braccia/risate ventenni si accalcano abbronzatissime damazze al botulino che devono aver doppiato il Capo di Buona Vecchiaia da un bel tocco.
La prerogativa di questo popolo dal Dna modificato con cellule di Cavalli e Donatella Versace è di sapersi muovere con sicurezza in un caos, certamente studiato a tavolino, nel quale io mi perdo.
Fammi vedere più di tre modelli contemporaneamente e tutto si fonde in una massa multicolore assolutamente indistinguibile.
Adocchio un pantalone color sabbia, leggo la taglia, 36 a caratteri cubitali e poi un elenco di cifre piccole piccole che dichiarano a che cosa corrisponde in sette paesi tranne che in Italia. Cerco la 42 e mi trovo in mano un tendone da circo, per rivestire di color sabbia un culone decisamente grosso. Potrei chiedere delucidazioni al tizio di colore che mi guarda dal suo metro e novanta di ebano. Ma pare brutto trattare da commesso il buttafuori (o meglio, il buttadentro se cerchi di fare la furbetta sul genere Wynona).
Opto per una cyborg che esala profumo a ogni movimento e che scansiona con occhio allenato tutto lo scaffale. Con voce impersonale mi informa che se cerco una 42 devo prendere la 38 ma per me, dice guardandomi il culo meglio la 36. Esperta di shopping o anatomopatologa?
Venti metri più avanti trovo, miracolo, la giacca da abbinare, con il collo a scialle e una morbida cintura.
Mi fiondo alla ricerca dei camerini perché sto per esaurire la riserva di sopportazione. Sulla long long way verso la meta agognata, una damazza con figlia intralciano il passaggio. La meno botulinata delle due si contorce davanti a uno specchio. tentando di strizzarsi in un vestito nel quale non entrerà mai se non dopo sei mesi di dieta idrica. Intanto, per passare il tempo, litigano furiosamente. Manco la pazienza di entrare in camerino, dico io. Ma quando ci arrivo, capisco il perché. Ventidue persone attendono in ordine sparso – che neppure con uno sforzo di buona volontà puoi chiamare fila – di passare attraverso la forca caudina dove viene rilasciato un contrassegno col numero dei capi che vuoi provare. Massimo sei. Stanno giusto bloccando la giovane cyborg che progettava di entrare in camerino con …TREDICI capi. Sarebbe riemersa per Natale, forse.
Mentre valuto la possibilità di mollare il colpo e fuggire, si sparge la voce che i camerini al piano di sotto sono sgombri come una chiesa di lunedì mattina. “Ma è il reparto uomo”, obbietta una spilungona molto fashion. “Ecchissenefrega!” è la risposta poco fashion delle sue due complici di razzie. Corrono di sotto come se il negozio avesse preso fuoco.
Davanti a me l’immancabile cacadubbi, con uomo rassegnato al seguito, fa il balletto vado-nonvado. Poi decide di mollare lì lo sventurato compagno a farle da palo, mentre lei corre a tastare la situazione di sotto. Sparisce. La fila procede più veloce del previsto e il tipo si innervosisce, la cerca al cellulare, lei non risponde, lui sibila un “deficiente” neanche tanto sottovoce e poi se ne va. Una storia d’amore stroncata dallo shopping.
Finalmente guadagno uno dei venti camerini le cui tende ondeggianti fanno intuire il frenetico susseguirsi di svestizioni-vestizioni. Ho la nausea. La luce al neon del camerino rivela nell’ordine che:

a) la giacca non è dello stesso sabbia del pantalone

b) che il collo a scialle mi fa sembrare Freddie Mercury ma senza il petto villoso

c) che il rossetto chiaro, che metto tutti i giorni, fa tanto anemia mediterranea

d) che grazie all’aria condizionata ho gli occhi di Nosferatu.

Riconsegno il maltolto ed esco dall’odiato macronegozio. A mani vuote, ma con una certezza: mai potrò essere una fashion addicted.

La mezza età (o l’età di mezzo)

lucy-ed-io

Ad eccezione di qualche ultraottantenne ipovedente, ormai nessuno si rivolge alla sottoscritta con l’appellativo di signorina. Questo perché nonostante il mio patrimonio genetico mi abbia fornito di un aspetto ingannevole ben oltre i limiti del consentito, la sola svolta epocale che ancora posso prevedere è quella della crema per dentiere.

Alla vecchiaia mica ci si arriva d’un botto tipo quegli edifici che vengono demoliti con l’esplosivo e crollano su se stessi, c’è dietro un lavoro medotico, lento e impercettibile, come quello dei tarli, per intenderci.  Un giorno ti accorgi che la memoria impeccabile che tutti ti attribuivano, qualche peccatuccio invece ce l’ha. Inizia con la dissolvenza dei nomi. Stanno lì, appena dietro la sinapsi a destra, ma non trovano la strada per uscire – quelli degli attori in primis, che ti perdi mezzo film per ricordarti come accidenti si chiama il fratello del protagonista. Ti giri per chiederlo al tuo compagno di divano – che non se lo ricorda perché ha la tua stessa età, e in quanto maschio è messo pure peggio di te – e il collo fa uno scrocchio poco rassicurante. Intanto il film è finito, non ci hai capito granché perché oltre alla inutile ricerca onomastica, ti è pure calata la palpebra un paio di volte, giusto per quei venti minuti cruciali. Meglio andare a dormire. Già, il sonno. Una volta, forse. Adesso, a letto, il sonno pare di garza scadente, sottile e sfilacciato. Ti alzi la mattina con il collo flessibile quanto una baguette, lo sguardo da bassethound e l’umore di puma intrappolato in un ristorante vegano.  E prendi coscienza del tuo futuro prossimo: un tunnel luccicante di Voltaren emulgel, con stalattiti di Lendormin e un pavé di assorbenti da ascensore.

Un’amica  – coraggiosa – mi dice che sono approdata alla mezza età, il che sarebbe vero se la gente di norma tirasse le cuoia a 110 anni.  Come definire questa terra di nessuno in cui smetti di essere giovane e non sei ancora anziana? In cui sei ancora protettiva e partecipe alla vita dei figli e ti devi anche occupare almeno di un genitore, quello sì, vecchio per davvero? E’ un limbo in cui, se non ti ritagli uno spazio, rischi di annullarti fino al giorno in cui ti posizioneranno a pieno diritto sullo scaffale Budini&Mousse.

Da bambina, una della mia età l’avrei definita vecchia. Ma i bambini, si sa, sono crudeli…

Dottoressa Frankenstein, si può fare?

brideOfFrankenstein

Quando sei costretta alla scrivania senza nulla da fare, ti vengono in mente le cose più assurde. Come, ad esempio, tentare di rianimare un cadavere. Il tuo.

Riportare in vita quella che eri e che non potrai più essere ti appare come un’impresa realizzabile. Perché eri viva, un tempo. Brillante, arguta, con le parole che sgorgavano da sotto le dita.

Adesso, se rileggi ciò che scrivevi allora, ti domandi: “Davvero ho scritto questo? Davvero ero in grado di scoprire, riflettere, emozionarmi? E poi di mettere tutto su una pagina e condividerlo?”

Le parole sono ancora lì, perfette come perle, armoniche come note, solo che non sai più trovarle né sentirle. Forse perché il cuore e la mente vanno tenuti in esercizio e tu, invece, li hai lasciati macerare nello sconforto come vecchi cetrioli ammuffiti in un vasetto.

La sfida è allettante. Hai qualche dubbio sul risultato e soprattutto sulla tua perseveranza. Ma, in quanto cadavere, non hai nulla da perdere. Provaci